Manaria

Manaria indaga la deriva oggettuale del costume, osservando come il comportamento si cristallizzi in forme codificate. Attraverso una catalogazione sistematica di anelli e gioielli — sospesa tra repertorio reale e costruzione artificiale — l’immagine assume il carattere di un dispositivo analitico, più vicino alla classificazione che alla rappresentazione.

Il titolo introduce un’ambiguità semantica: richiama la “maniera” come stile e insieme il “modo” come norma, suggerendo come l’adesione alla moda non sia espressione individuale, ma partecipazione a un sistema di convenzioni reiterate.

La disposizione ordinata dei soggetti trasforma lo spazio dell’opera in una teca tassonomica. Gli oggetti non sono presentati per la loro qualità estetica, ma come unità di un linguaggio condiviso, segni che articolano gerarchie e appartenenze.

In questo contesto, il lusso perde la dimensione del piacere per farsi codice. Ciò che viene esposto non è il valore intrinseco dell’oggetto, ma la sua funzione: rendere visibile un posizionamento, stabilire una distanza, confermare un’appartenenza.

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